mercoledì 20 febbraio 2013

Puntata n°13: Anarchiaunicavia (speciale elezioni)



Chiariamoci subito. Sto pensando, leggendo, ragionando e appuntando idee, riflessioni. Perché diciamocelo, astenersi passivamente non è più sufficiente. Almeno per me che sono una casinista di natura. Una che si altera facilmente. Sì ho pensato all'entrata scenica con le molotov nella cabina elettorale, a cagare nel seggio come suggeriscono i Max Carnage, a entrare urlando bestemmie, scrivere un pippone sulla scheda elettorale.


Ma partiamo dal principio: l'anarchismo, per prima cosa, non ha nulla contro il voto in sé in quanto strumento o in quanto metodo per decidere su questioni pratiche una volta che le diverse posizioni in campo siano state esposte e dibattute esaurientemente, oppure nel caso dell'elezione di delegati o rappresentanti all'interno di una assemblea o di una comunità definita, in cui ogni responsabilità individuale sia stata prima messa sul piatto della bilancia. Ciò che è veramente importante è il contesto in cui questo strumento viene usato. 
Gi anarchici non sono, per definizione, contro le elezioni in quanto strumento. Il problema qui è il contesto in cui il voto viene esercitato e, cioè, all'interno della struttura dello Stato, che con ciò legittima la sua dominazione su tutti noi che siamo poi di fatto esclusi dalle decisioni. 
La radice del problema è la gestione del sistema. Semplicemente sbagliata? O c'è un problema altro? Il problema è che le elezioni creano uno spazio finto ed artificiale studiato ad hoc per la politica. L'illusione che votando si possa scegliere ed essere liberi di scegliere e sentirsi in qualche modo responsabilizzati della scelta. La fantastica unica bellissima incommensurabile stronzata che se formulo un giudizio logico razionale lineare io sia di fatto un Uomo/Donna con la U e D maiuscole, per cui poi nel compiere quella determinata azione, io abbia conseguentemente fatto la cosa più giusta del mondo. Insomma una versione evoluta del Cogito, ergo sum del caro Descartes. 
Mi viene da pensare a Davidson (ora sto divagando, ma vorrei utilizzarlo per arrivare al che che mi interessa)Secondo Davidson, la volontà di un individuo è debole se l’individuo agisce intenzionalmente in maniera contraria al suo miglior giudizio. Vale a dire che gli manca la forza di volontà per fare ciò che sa, o crede, essere tutto sommato la cosa migliore, formalizzando così l’argomento:

a) l’agente compie l’azione x intenzionalmente;
b) l’agente crede che esista un’altra azione y che potrebbe compiere;
c) l’agente giudica tutto sommato le conseguenze dell’azione y migliori delle conseguenze dell’azione x.

Ora il problema qual'è, che non sempre l'agente conosce o può prevedere realmente le conseguenze dell'azione x/y. Facciamo un esempio: c'è un bottone rosso, io credo che premendolo possa far uscire il frigo bar dal mobiletto. Questo non accade, nella stanza non accade nulla, ma in realtà con quel bottone  si è appena sganciata una bomba in Canada. Ora tralasciando il fatto che uno possa pensare che la conseguenza "bomba in Canada" sia migliore del "mobiletto alcolici", di base l'agente non pensava certo di sganciare bombe e alla fine neanche è a conoscenza di quello che in realtà è successo, per lui non è accaduto nulla. L’argomento di Davidson è ovviamente un paradosso empirico e anche il mio esempio. Però fa riflettere. Su quello che uno pensa che il compiere una determinata azione, partendo da determinate ragioni, porti poi a conseguenze inaspettate e in realtà neanche percepibili. Noi abbiamo solo imparato che il frigo bar non uscirà se premiamo quel bottone rosso. 
Ma più genericamente noi quel bottone sappiamo a cosa serve? 
La risposta è no, non abbiamo la certezza. Quindi la scelta è fra il premerlo e non premerlo, certo pensi che non può succedere nulla di che, ma che potrebbe succedere qualcosa se lo premo. Nel dubbio è meglio stare fermi? 
Ma comunque, conseguenze morali a parte, resta aperta la questione di qual'è la ragione per cui un agente sceglie di fare x se nel caso specifico poteva starsi fermo e non premere niente. La risposta di Davidson è che la connessione causale fra ciò che l'agente crede e desidera e ciò che l'agente compie viene interrotta e che la particolarità di questa interruzione, quando accade, è l’incapacità da parte dell’agente di comprendere sé stesso, riconoscendo che dietro il suo comportamento intenzionale c’è qualcosa di sostanzialmente irrazionale. 
Davidson distingue due livelli di giudizi espressi dalla razionalità pratica: i giudizi condizionali (per cui solo un aspetto dell’azione è desiderabile - voglio scoprire a cosa serve quel pulsante rosso) e giudizi incondizionati (per cui l’azione è desiderabile nel suo insieme - voglio quell'alcol di merda), ma soltanto i giudizi incondizionati sono giudizi intenzionali. L’interazione fra credenza e desiderio viene a costituire un sistema di riferimento indispensabile per rendere  intellegibile un’azione ed è in questo senso costitutiva della sua razionalità. Allo stesso modo, la possibilità di spiegare la scelta di un agente a partire dalla combinazione di un desiderio e di una relativa credenza è una condizione indispensabile per poterla considerare razionale. Questo significa che le ragioni di una scelta dipendono dalla descrizione che ne diamo, e che per capire un comportamento facciamo delle ipotesi sugli stati mentali dell’agente, cioè proviamo a interpretarlo. La debolezza della volontà per Davidson si presenta non come un errore dell’azione fondato su un giudizio incondizionato, ma come un errore dell’azione fondato su un giudizio condizionale (premere quel fottuto pulsante, per l'alcol c'è il bangla sempre aperto, o no?!). Non si tratta cioè di una contraddizione logica fra giudizi o credenze di un attore, ma di una violazione pratica del principio per cui chi agisce lo fa sempre in vista di ciò che giudica essere meglio per lui. 
Meglio per lui? Meglio per la collettività? Meglio?
Non so se mi state seguendo...
Tutto ciò per dire che è esattamente questa la logica che c'è dietro le elezioni. Ed è su questo piano che dovrebbe insistere una critica radicale anarchica.
La politica è ciò che tutti noi esercitiamo in prima persona ogni giorno, nelle nostre scelte, nei nostri acquisti, nei nostri spazi, in sostanza in tutti gli aspetti della nostra vita, e non solo nello "spazio-gabbia" deputato in cui l'individuo è lì che guarda il pulsante rosso, dubbioso se premerlo o meno. 
La scelta può essere l'astensione, come il manifestare il dissenso in sede di scrutinio. Il punto non è "io non voto" e ti dico tutto. Non perché è meglio per me, ma perché io quel cazzo di pulsante rosso non lo premo e te lo spiego perché, perché porcodio non ha senso che lo faccia. Mi rifiuto di votare in questa sede, perché non riconosco questa sede, non riconosco questi politici, non riconosco questi partiti, non riconosco lo Stato. E' un modo per "votare non votando", votare il fatto di vedere il parlamento vuoto come dovrebbe essere. E' un voto non-anonimo, perché non avviene nel buio dell'urna, ma a viso aperto. IO MI RIFIUTO DI VOTARE IN QUESTA SEDE, IN QUESTO MODO.
Regà io domenica vado e lo faccio perché me rode veramente il culo, non andarci stavolta non è sufficiente, non basta.
"Il problema, insomma, è questo: l'astensionismo è un dogma tattico che esclude qualsiasi eccezione strategica?"
se lo chiedeva Berneri nel '36.
In tutto ciò non ho dormito neanche stanotte. 
Domenica mi arrestano al seggio. Addio.

Nessun commento:

Posta un commento